Collana LE ZANZARE (Poesia dal Sottosuolo)

 

 

Quando penso alle zanzare mi vengono in mente i poeti. Per me che vivo in provincia di Mantova è consuetudine trovarmi a discutere con loro in situazioni e luoghi infestati dalle zanzare. Ovviamente queste condizioni si presentano solo in un determinato periodo dell’anno.

Mi accade allora di rispolverare un vecchio libro, uno dei primi, di Faulkner, intitolato Mosquitos (Zanzare, appunto); di ritrovarmi nella stessa situazione in cui si trovano i protagonisti di quel romanzo, che fu tra l’altro un fallimento editoriale, tanto da costare la rescissione del contratto al futuro premio Nobel. Quelle zanzare che l’autore non menziona mai nella narrazione, ma di cui si percepisce la fastidiosa presenza, mi fanno venire in mente due aspetti necessari, e di rilevante importanza, affinché un individuo possa essere ritenuto poeta a tutti gli effetti. Il poeta deve saper vivere il silenzio, deve assorbirlo, deve non farsi notare dal mondo per poterlo assimilare e comprendere nel profondo, deve restare in disparte per un certo periodo di tempo, durante il quale però la sua mente e il suo cuore maturano una costante attività di osservazione, di ricerca e di attesa, in seguito alla quale può uscire allo scoperto e con il suono delle sue parole (proprio come la zanzara) e infastidire il lettore, lo spettatore, la società in cui vive e procede nel suo percorso artistico e nella quale talvolta si nasconde. Perché spesso il poeta legge il mondo come una palude da riempire e scuotere, da emozionare.

Per fare questo, per alimentare se stesso, come la zanzara, deve nutrirsi delle vite degli altri. Per questa sua natura il poeta è sovente ritenuto un animale fastidioso, una belva da mettere in gabbia, perché come le zanzare il poeta subisce l’influsso del sangue.

Chi non sa fare ciò non può, secondo il mio modesto pensiero, essere considerato poeta.

 

Ma c’è una seconda ragione che mi ha spinto a chiamare LE ZANZARE questa collana di poesia scelta. Un motivo che ha a che fare con la mia origine e luogo di residenza…

Infatti a tre chilometri da casa mia sono state rinvenute le steli funebri del ramo materno di Virgilio, il poeta mantovano per eccellenza, a cui vennero attribuiti, nella seconda metà del millecinquecento, alcuni poemetti tra i quali il CULEX (zanzara in latino).

Ebbene, c’è un punto nell’opera in cui si racconta di un serpente, di un contadino e di una zanzara…

Il villico sta riposando all’ombra di alcune piante, ignaro della presenza del serpente che gli si sta avvicinando. Improvvisamente la zanzara lo punge e lo sveglia. Lui, d’istinto, schiaccia il piccolo insetto. Poi si accorge del serpente e lo uccide. Finalmente può riaddormentarsi sereno. Ma in sogno gli appare la zanzara uccisa e l’uomo si rende conto di quanto sia stata importante la fastidiosa puntura dell’insetto che gli ha salvato la vita. Deciderà in seguito di erigere per la zanzara un piccolo mausoleo.

La zanzara rappresenta il poeta, colui che desta la coscienza dell’umanità che non si accorge dei pericoli; colui che per questo viene incompreso e scansato; colui che solo da morto, molto spesso, riceve gratitudine e consenso. Non è quindi sufficiente che la zanzara punga, o meglio che il poeta scriva, deve lasciare un segno, in modo che questo possa essere d’aiuto a chi lo interpreta. Ma ancora non basta: deve farlo partendo dalla proprie radici, senza mai divenire entità estranea al proprio territorio d’origine. Ecco perché da mantovano non ho potuto evitare di rifarmi a Virgilio. Chi con i propri versi non fa questo non può essere davvero considerato poeta. LE ZANZARE sono allora dei piccoli libretti che contengono le punture di alcune piccole bestie che chiamiamo poeti. E in ognuno di questi libretti un poeta parla del suo mondo con i suoi versi per mezzo della sua lingua pungente. E in ognuno di questi libretti, in copertina, appare il ritratto del poeta, fatto da un altro poeta, perché chi meglio di un poeta può tracciare l’identikit di un altro poeta?  

 

Direttore di collana, Andrea Garbin

 

 

Andrea Garbin (Castel Goffredo, MN), ha pubblicato le raccolte di poesia Il senso della musa (Aletti, 2007); Lattice (Fara, 2009); Viaggio di un guerriero senz'arme (L'arca Felice, 2012). Alcune poesie che compongono Croce del sud, sono precedentemente incluse nelle antologie edite da Fara Edizioni:  Salvezza e impegnoIl valore del tempo nella scrittura. Suoi racconti sono inclusi nelle antologie Per natale non esco (Transeuropa, 2008); Il rumore degli occhi (Ed.Creativa, 2009). Ha partecipato a OttobreInPoesia (festival internazionale di Sassari) e a La poesia resistente (incontri internazionali di poesia di Salerno). Dirige gli incontri di poesia presso il Caffè Galeter di Montichiari (BS) dove ha creato il Movimento dal sottosuolo. Collabora con Volo Press di Igor Costanzo, e con Thauma Edizioni, per cui ha anche tradotto e pubblicato il libro di poesie Nascita Volatile, della poetessa colombiana Angye Gaona. Collabora con Casa della Poesia di Salerno. Nel 2011 è stato tradotto da Dave Lordan in Irlanda, nel libro Poethree, presentato in numerose città dell'isola. Negli Stati Uniti, è uscita, in tiratura limitata, Border Songs (C.C.Marimbo Berkley, 2011), una prima selezione dei Canti di Confine, tradotta da Jack Hirschman ed esposta a S.Francisco presso la City Lights di Ferlinghetti. È tra i fondatori del Teatro Scariolante.

Alessandra Bava, poeta e traduttrice, vive a Roma. Grazie al suo lavoro di traduzione è attivamente impegnata a diffondere la poesia di numerosi autori stranieri in Italia. Laureata in Lingua e Letteratura Angloamericana presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla narrativa di Toni Morrison (relatore Prof. Alessandro Portelli). Scrive sia in lingua italiana che in lingua inglese. Ha due testi pubblicati in Italia in edizione bilingue: Guerrilla Blues (Edizioni Ensemble, 2012) e Nocturne (Edizioni PulcinoElefante, 2013). Due suoi libri sono stati pubblicati negli Stati Uniti: They Talk About Death (Blood Pudding Press, 2014) e Diagnosis (Dancing Girl Press, 2015). Ha curato le antologie poetiche Rome’s Revolutionary Poets Brigade Vol.I (Edizioni Ensemble, 2012) e Articolo 1: una Repubblica Affondata sul Lavoro (Albeggi, 2014). Recentemente ha tradotto e curato Nuova Antologia di Poesia Americana (Edizioni Ensemble, 2015). Sue poesie sono state pubblicate in diverse riviste americane e britanniche. Sta completando una biografia di Jack Hirschman, quarto poet laureate di San Francisco. Per la collana Le Zanzare ha tradotto Offerte di Carta (Gilgamesh Edizioni, 2015) di Alejandro Murguía.

Una consuetudine messicana vuole che preso un foglietto di carta e scrittovi un desiderio, affinché questo si realizzi, il foglio va letto e dato alle fiamme, lasciando che si disperda nell'aria. Si presenta così Alejandro Murguìa, sesto poeta laureato di San Francisco, con la sua prima raccolta di poesie in Italia, intitolata appunto "Offerte di carta". Il libro esce in una prima edizione composta da 79 copie (il 19 luglio del '79 iniziò, in Nicaragua, il periodo sandinista, e Murguìa partecipò da volontario alla rivolta) numerate e autografate. Interamente tradotto da Alessandra Bava, ha in copertina un ritratto dell'autore fatto dall'amica poetessa anglo-svedese Agneta Falk. Ad arricchire ulteriormente il libretto, all'interno, un ritratto di Alejandro, realizzato dal poeta statunitense Neeli Cherkovski. Le poesie selezionate esplicitano tutta la poetica di Murguìa: i forti richiami a Lorca, a Neruda, e al mondo sudamericano si fondano a quelli della società statunitense, col fare poetico che ancora oggi anima San Francisco. Sono poesie che già in prima lettura suscitano una carica fisica che l'autore "scarica" sul foglio durante le sue performance. 

 

Alejandro “El Gato” Murguìa, è il sesto Poeta Laureato di San Francisco (primo latinoamericano a ricoprire questa carica) città dove vive e dove da quarant’anni anima e mantiene viva l’arte, lo spirito della rivoluzione e la bellezza della cultura latina. Poeta, narratore, attivista, trova ispirazione nella storia dimenticata della comunità indigena Chicana della California. La sua opera The Medicine of Memory mette in luce il Mission District negli anni Settanta, durante il Nicaraguan Solidarity Movement. Ha pubblicato due raccolte di racconti, entrambe vincitrici dell’American Book Award: Fronte del Sud che narra del periodo trascorso in Nicaragua durante la rivolta sandinista, e Questa guerra chiamata amore pubblicata dalla City Lights di Ferlinghetti. Rimasto orfano all’età di due anni ha vissuto l’infanzia tra il Messico e la California. Questo suo continuo spostarsi da una parte all’altra del confine gli ha procurato un lieve difetto di pronuncia e gli ha impedito di assimilare appieno l’una o l’altra cultura. “La mia salvezza sono stati i libri” dice Alejandro. Si racconta che nel periodo scolastico, incoraggiato alla lettura e alla scrittura da un’insegnante, arrivasse in classe sempre in ritardo dopo aver trascorso tutta la notte a leggere. Tra i suoi libri di poesia, Stray Poems. È fondatore del Mission Cultural Center e della Roque Dalton Cultural Brigade. Insegna Letteratura Latinoamericana presso la San Francisco State University.

 

Leyla Patricia Quintana Marxelly (2 aprile 1970 - 11 luglio 1991), più conosciuta con lo pseudonimo letterario di Amada Libertad, poeta di Santa Tecla, El Salvador, studentessa di giornalismo. Ha dedicato la vita a lottare attivamente per i suoi ideali come radarista e combattente del Ejército Revolucionario del Pueblo ed è caduta in combattimento durante un’eclissi solare sul vulcano di San Salvador, a El Salitre, Nejapa. Le testimonianze dicono che venendo accerchiata si lanciò giù per un dirupo in cui venne colpita da una calibro 90. Grazie a sua madre i suoi versi sono stati messi in salvo e divulgati, facendole vincere premi quali Wang Interdata 1990 e Juegos Florales de Zacatecoluca 1991. Le poesie di Leyla pervenivano dal fronte clandestino avvolte in nastro adesivo e nascoste, trasportate segretamente da una “staffetta” salvadoregna, compagna di lotta armata. Con gli otre 200 componimenti, Argelia Quintana riuscì a pubblicare “Larga trenza de amor”, “Las burlas de la vida”, “Pueblo” y “Libertad va cercando”, “Destino” e “En la punta del delirio”, oggi riuniti in questa selezione con originale a fronte che si presenta al lettore italiano con un saggio introduttivo di Silvia Favaretto.

  

Esule vagabondo / malinconico ma ardito / con un bagaglio di racconti di guerra e dolore, così si descrive in una delle sue poesie Basir, rifugiato politico in Italia da alcuni anni. Questi versi sono la sua vita e la strada che lo ha portato dall’Afghanistan al nostro paese, una strada lungo la quale il poeta lascia un canto d’amore verso il suo popolo, quello della minoranza Hazara, perseguitata sin dai tempi dell’Impero Ottomano, sì, perché l’arrivo dell’ISIS, che tanto ci viene propinato dai mass-media, è soltanto l’ultima piccola fetta di una ben più grande torta su cui i potenti ringhiano e sbavano. Poesia a tratti dolce e amara che arriva da una cultura di chi ancora parla e scrive il farsi. Spesso crediamo di sapere ormai tutto sull’Afghanistan, ma ci sbagliamo, basta leggere i versi di Basir per conoscere parte di ciò che non ci viene detto: di famiglie smembrate e divise; di Bamiyan, Kapisa e Kabul; di uomini donne e bambini obbligati ad offrire il proprio corpo al mare; di studenti assassinati; di persone schiavizzate; di persone che sognano come sogniamo noi; di bambini che nel silenzio generale muoiono anche nei nostri confini. E il sogno più grande è quello di tutti. Una tregua che sospenda la guerra e il dolore in favore della pace. Una tregua che metta definitivamente fine all’esilio.

 

Basir Ahang è un poeta, giornalista e attivista per i diritti umani nato a Ghazni, in Afghanistan, nel 1984. Laureato all'Università di Kabul in "Storia e Letteratura persiana" con una tesi sulla poesia contemporanea dell’Afghanistan, ha iniziato la sua carriera scrivendo per diversi giornali locali, fondando e lavorando come produttore radiofonico per "Radio Malistan" e per molti altri mezzi di comunicazione locali a Kabul.

Nel 2006 mentre si trovava in Afghanistan iniziò a collaborare con un giornalista del quotidiano "La Repubblica". In quel periodo, il giornalista e fotografo, Gabriele Torsello, venne rapito dai Talebani nella provincia di Helmand. Basir Ahang è stato direttamente coinvolto nella liberazione del giornalista, ottenendo rapporti confidenziali da parte delle autorità dei talebani che detenevano Torsello. Egli ha avuto così modo di conoscere i nomi dei rapitori.  Dopo il rilascio di Torsello, è stato oggetto di minacce e intimidazioni da parte dei talebani e per questo costretto a fuggire dall'Afghanistan.

Nel 2008 Basir ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Italia dove tuttora studia e lavora. In Italia ha lavorato anche come interprete e mediatore culturale. Nel 2009 e nel 2010 ha svolto il primo di due viaggi in Grecia, con l'obiettivo di documentare la tragica situazione dei rifugiati. Il resoconto di questi viaggi è stato raccontato nel suo documentario "La Voce di Patrasso" e nella pubblicazione di molti articoli su siti online tra i quali Kabulpress.org, sito del quale è responsabile per la parte relativa ai diritti umani. 

Da anni si è occupato di diversi progetti rivolti a richiamare l'attenzione sulla situazione del suo popolo e soprattutto degli hazara, il terzo maggiore gruppo etnico in Afghanistan, a questo fine ha fondato assieme al giornalista Kamran Mir Hazar il sito www.hazarapeople.com. Quest’etnia è infatti da tempo immemorabile oggetto di discriminazioni e tentativi di pulizia etnica in Afghanistan e Pakistan. Basir Ahang ha anche collaborato con UHNCR (Agenzia della Nazioni Unite per i rifugiati). Tra i siti che hanno pubblicato i suoi articoli vanno annoverati Kabulpress, “BBC” Persian, Deutsche Welle, Al Jazeera, Radio Zamaneh e Frontiere News. In qualità di giornalista e attivista per i diritti umani Basir è stato inoltre candidato al premio “Images and Voices of Hope’s 2014” negli Stati Uniti.

Basir Ahang si occupa anche di poesia e di cinema. In veste di attore ha recitato nel cortometraggio del regista Hazara Amin Wahidi “L’ospite” vincitore del premio Città di Venezia 2014, evento collaterale della Mostra Internazionale d’Arte cinematrografica. In veste di giornalista ha invece preso parte al documentario dei registi Razi e Soheila Mohebi “Afghanistan 2014”. 

Sue poesie sono state tradotte in italiano, in inglese e spagnolo. Nel 2014 ha partecipato al Festival Internazionale “Ottobre in Poesia” di Sassari, ottenendo il premio speciale della critica per una poesia in concorso. Basir è stato inoltre invitato a partecipare al festival internazionale di poesia di Medellin in Colombia che si terrà nel luglio del 2015.

Per chi non ama o non ha mai amato la letteratura, è certamente un testo inutile. Al contrario, per coloro che ancora di questa si nutrono, diventa un testo fondamentale. Con la consueta passione e maturità Serse Cardellini dà una ulteriore prova di quanto possa servire la lettura ma, direi, l’arte in genere, ripercorrendo così alcuni altri grandi autori che dell’inutile si sono occupati in passato: da Pavese a Leopardi fino a Giorgio Manganelli. Ci si chiede, e Serse lo chiede a noi lettori, quanto e se sia ancora utile scrivere e continuare ad “esercitare” il mestiere di scrittore (perlopiù non riconosciuto, specie da noi).

Un saggio, un monologo, una motivazione filosofico-poetica che non dà risposte, bensì una serie infinita di domande, la risposta deve darla il lettore – se ancora è presente – in questa grande bolgia di libri che affolla la società contemporanea, diffusa ormai ovunque, senza considerare se i bestseller siano libri utili da leggere, giustificando la quantità industriale di tali copie presenti ovunque. Un grande libro che aiuterà certamente quelli che si pongono e si curano di queste tematiche. 

 

Serse Cardellini è nato a Pesaro nel 1976, dove vive. Poeta e filosofo, nel dicembre 2005 fonda l'Associazione Thauma Edizioni di cui è il Presidente. In ambito poetico ha pubblicato: L'Archipoeta (Edizioni OCD, 2007); Atlantide, Atlante della Terra del Poeta (Thauma Edizioni, 2008); Il mio Orfeo (Thauma Edizioni, 2010); Né giorno né notte (Greta Edizioni, 2011); Cantico lunatico (Thauma Edizioni, 2011); Vita morte e miracoli (Edizioni Forme Libere, 2011). Nell'anno 2010 ha curato per l'AMP (Accademia Mondiale della Poesia) della città di Verona, di cui è direttore letterario, l'antologia Poesia e Pace, che vede presenti le opere di sessanta poeti provenienti dai cinque continenti. Nel 2011, per il decennale dell'AMP, ha organizzato la Prima Fiera dell'Editoria Poetica Italiana.

 

Si può essere schiavi della propria parola e del proprio nome! Si può essere schiavi del proprio lavoro, della propria condizione di precario/a! Nel nostro nome, come nella nostra parola, si racchiude l'origine della nostra individualità, con i suoi legami affettivi, storici e geografici. Nel guardarci allo specchio possiamo cogliere le tracce della nostra stirpe. Si può tornare a essere Rimbaud. Se ognuno di noi dovesse fare una ricerca sulle proprie origini troverebbe certamente una serie di fattori coincidenti tra il proprio “sé” e quello di antenati antecedenti anche di varie generazioni. Questo si chiede Ivana Maksić: se il proprio nome rifletta le proprie origini. La risposta dipende da quanto sono coscienti del proprio sé gli individui che danno nome ai propri figli, da quanto sono radicati nella realtà. In linea di massima si può dire che i nostri genitori scelgano il nostro nome secondo qualche influenza dettate dalla realtà che li circonda. Quindi possiamo dire che sì, in un certo senso il nostro nome riflette la nostra origine. Ma la nostra origine è anche la lingua che parliamo e scriviamo, possiamo quindi essere complici di essa? Possiamo dunque esserne schiavi? E se sì in che senso e in che modo? 

 

Ivana Maksic (1984, Serbia, ex Jugoslavia). Ha recentemente pubblicato due libri di poesia: O corpo in-corpo-ra me (Matica Srpska, 2011) e Oltre la comunicazione (Presing, 2013). È traduttrice freelance (traduce poesia, narrativa e saggistica dall’inglese al serbo). È stata il coredattore-capo dell’antologia di poesia civile serba Ai denti (Presing, 2014). Le sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie e raccolte di poesia sia in Serbia che nei paesi dell’ex-Jugoslavia.


Il nostro intento è comunicare. Daremo risposte alle domande del passato e faremo domande al futuro. Abbiamo cambiato la faccia del Mondo quando siamo nati con il nostro urlo, perché dunque non tornare a quello stesso urlo attraverso la poesia e le parole? Perché non continuare a cambiare il Mondo con il nostro sorriso, il nostro pianto, il nostro grido, il nostro stupore e la nostra musica del cuore? Perché non difendere l’amore? Perché non mettere il dito nell’occhio di chi ci controlla? 

Noi possiamo essere liberi. Noi abbiamo la poesia.

 

Nenad Glišić è nato nel 1972 a Kragujevac in Jugoslavia. Poeta e scrittore, editore e performer. Ha pubblicato 9 libri: Patria, tu sei come la cirrosi per il fegato (Poesie, 1992), Inni dei Kamikaze (Poesia, 1998), Fiori di Hiroshima (Haiku, 2001), Canti di natura e società (Poesie per bambini, 2004), Tutto sui maldicenti  (Romanzo, 2004), Persone e situazioni (Storie brevi, 2007), Anachronicles (Poesia, 2009), All’ombra dell’albero della conoscenza (Poesia, 2010), Ere. Cicli (Poesia, 2013).

Si è esibito anche come musicista sperimentale e artista multimediale.

Vive a Kragujevac, in Serbia.

 

La terra (non è) il cielo! Sedicesimo libro di poesie di Beppe Costa, è come una piccola ostrica che chiude in sé una splendida perla. Senza scordare di scrivere, riflettere e omaggiare i tanti incontri e gli amici regalatigli dal fare poesia (possiamo citare un testo dedicato alla Sardegna e un altro dedicato all’esperienza in Galilea), possiamo dire che in questo piccolo libretto l’autore torni sui  suoi passi, sui temi che tanto lo tormentano sin dalle prime pubblicazioni, perché quello di Beppe Costa non è un canto, ma piuttosto un  lamento per mezzo del quale l’autore esprime il proprio dissenso nei confronti di una società disumana. Non sono solo le guerre, la politica, i diritti calpestati, la frammentazione e il crollo delle ideologie a infastidirlo, ma anche ciò che accade nel mondo della cultura: un luogo inquinato come ogni altra forma di convivenza e/o sopravvivenza, un mondo corrotto, anch’esso imbrigliato in giochi di potere. Diventano così contrastanti  le emozioni: da un lato i rapporti umani e i progetti degni di nota in tutti gli ambiti artistici; dall’altro il tormento dovuto all’accorgersi di tante  azioni insensate e spesso inutili che intaccano un mondo che invece dovrebbe dare l’esempio. Cosa rimarrebbe all’uomo e al poeta se dovesse rendersi conto di  essersi spontaneamente calato in un vestito di nequizia? Si domanda Beppe Costa in una  lettera inviatami recentemente.

 

Beppe Costa, nato in Sicilia, vive a Roma. Nel 1976 fonda la casa editrice Pellicanolibri che divenuta poi una libreria ancora oggi frequentatissima, pubblicando, primo in Italia, scrittori di fama internazionale quali Fernando Arrabal e Manuel Vázquez Montalbán. Ha pubblicato anche libri di Alberto Moravia, Dario Bellezza, Arnoldo Foà, Adele Cambria, Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza.

È autore di svariati libri di narrativa e di poesia, tra cui Impaginato per affetto (Pellicanolibri) vincitore del “Premio Alfonso Gatto” nel 1990; Anche ora che la luna (Multimedia Edizioni) nel 2010, anche in versione CD; Rosso: poesie d’amore e di rivolta (Volo Press) nel 2013. Fa applicare per la prima volta in Italia la “Legge Bacchelli” a favore di Anna Maria Ortese.

Di lui hanno scritto, tra gli altri, Mauro Macario, Giacinto Spagnoletti, Luce d’Eramo, Antony Costantini, Lia Levi, Silvano Agosti, Denise Waltz Ferreri e molti altri. Attualmente dirige la collana “Inediti rari e diversi” per la Seam Edizioni.


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