Fuori Collana. FUNZIONI NON VERBALI, Victor Togliani

 

Victor Togliani

FUNZIONI NON VERBALI

Vivere giocando con una matita in tasca

ISBN 978-88-97469-15-5, pp. 256,

prezzo di copertina € 12,50

Fuori Collana

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Victor Togliani è stato ed è pittore, scultore, figlio d’arte, musicista, quasi astemio, costruttore di astronavi, daltonico, insegnante, malato di fantascienza ed effetti speciali, fiero sostenitore dell’emisfero cerebrale destro, lettore accanito di Castaneda e di Sitchin, sceneggiatore, sognatore a 360° e, adesso, autore di un’insolita e accattivante autobiografia che, in mezzo a digressioni spiazzanti ma mai banali, ci conduce dietro le quinte di una vita dominata dalla curiosità e dal bisogno di affrontare sfide sempre nuove. Una vita, perfettamente tradotta in una scrittura veloce e ammiccante, spesso scanzonata, portata avanti senza prendersi troppo sul serio, con una matita in tasca e una centrifuga di idee nella testa.

 

 

Victor Togliani, classe 1951, illustratore, scultore, scenografo, costumista, modellista e concept-designer. Ha insegnato psicologia della visione, anatomia e illustrazione.

 Ha lavorato per importanti agenzie pubblicitarie tra cui la Mc Cann Erickson, la J.W. Thompson, la Armando Testa, la Lintas, La scuola di E. Pirella, la Campari Advertising realizzando le illustrazioni per campagne pubblicitarie anche mondiali.

Ha realizzato copertine per libri di case editrici tra cui Mondadori, DeAgostini, Fabbri, Peruzzo, Editrice Nord, Il Castoro, Lindau e per dischi di etichette come la Cgd Messaggerie Musicali, la Ricordi, la Ariston e la Baby Records.

Per la televisione ha realizzato le scenografie, i modelli e i costumi per diversi spot.

 

Per il cinema ha ideato e realizzato i veicoli, le armi e gli oggetti di scena del film Nirvana di Gabriele Salvatores, le scenografie del cartoon Aida degli alberi di Guido Manuli e di altri cartoni animati.


Prefazione di Alan D. Altieri

 

 

L’ARTE DI VICTOR TOGLIANI E LA RICERCA DELL’IMMAGINARIO PERFETTO

 

 

Un rivisitato Icaro sale a sfidare il sole sostenuto da prodigiose e al tempo stesso tecnologiche ali, mentre un’inattesa donna guerriera, tanto sensuale quanto letale, si prepara a dare battaglia, munita di un intero arsenale di armi d’assalto. Un puro combattente barbaro scaturito da un passato epico e fantastico, domina su un cruento campo di battaglia, mentre prodigiosi vascelli antigravità incrociano al di sopra di una megalopoli del futuro talmente temeraria, talmente complessa, da fare sbiadire le più azzardate proiezioni urbanistiche. Un drago furibondo dispiega le proprie ali immani dotate di rostri, pronto a incenerire interi eserciti in un unico respiro di fuoco, mentre una coraggiosa creatura agreste si prepara a difendere la foresta che da sempre è la sua casa contro avversari apparentemente inarrestabili. L’elencazione e la descrizione di queste immagini, ognuna delle quali assolutamente unica nella propria essenza fantastica, prodigiosamente inarrivabile nella sua perfezione anatomica, potrebbe andare avanti pressoché all’infinito.

Benvenuti quindi nel mondo sorprendente e seducente, spiazzante e stravagante di Victor Togliani. Pittore e scultore, ideatore e costruttore, concettualista e paesaggista. Senza alcun dubbio Victor Togliani è – ed è destinato a rimanere – uno dei più grandi artisti, nel senso più puro del termine, che l’Italia possa vantare da interi decenni. In grado di visualizzare, realizzare, comporre qualsiasi struttura, qualsiasi oggetto, qualsiasi scenario nel breve istante di uno schiocco di dita. Attraverso la sua arte Togliani coniuga impressionismo e realismo, espressionismo e iper-realismo, fantastico e onirico, amalgamando il tutto in un universo pittorico e prospettico privo della benché minima sbavatura.

Sue alcune delle più spettacolari campagne pubblicitarie di marchi di prima grandezza. Suoi i “props” pericolosi e barocchi del film “Nirvana”, autentico gioiello della fantascienza futuristico-psichedelica, diretto da Gabriele Salvatores. Sue molte copertine della fantascienza, del fantasy e del thriller tra le più temerarie e affascinanti mai apparse per Mondadori Editore.

Come nella tradizione dei grandi maestri, Togliani ha nello studio della forma umana in generale e del corpo femminile in particolare, uno dei suoi più inattaccabili punti di forza iconografica. Non a caso, Victor Togliani è stato per lungo tempo il punto nodale delle immagini accattivanti e provocanti di “Segretissimo SAS”, una delle più longeve collane d’avventura e di erotismo dell’editoria europea.

E così, superando l’arte eseguita su tela, su carta, su monitor, coniugando una profonda umanità personale a un’innata capacità di scolpire anche con la parola scritta, Victor Togliani, con questo suo inaspettato, eclettico, immaginifico Funzioni non Verbali, ci offre un ulteriore, perfetto affresco di che cosa significhi essere un’artista qui e ora. Ci spiega come dal pensiero si arrivi all’immagine e in che modo dal concetto si passi alla realizzazione. Ci descrive come si affronta una “riunione concettuale” e come si riesce nella mitica impresa di “soddisfare il (troppo raramente soddisfabile) committente”.

Ma Funzioni non Verbali ci racconta soprattutto che cosa accade dentro, nel profondo dell’artista, all’atto della stessa genesi dell’idea destinata a diventare l’immagine perfetta.

Victor Togliani quell’immagine perfetta l’ha trovata. Ma non aspettatevi che abbia intenzione di fermarsi qui.

 

 

Alan D. Altieri

Prefazione di Luca Scacchetti

 

 

ALTRI PAESAGGI

 

 

Ho sempre amato le autobiografie, un po’ per quella curiosità che ci spinge a voler sapere, a indovinare o a supporre il legame delle opere con le vite degli autori, un po’ perché sempre disvelanti le manie nascoste che spesso spiegano molto del loro lavoro, e un po’ forse perché, non privo di ambizioni analoghe, prima o poi mi accingerò a redigerne una.

Così, autobiografie, come biografie scritte da fratelli o da amici o da anime gemelle, riempiono parte della mia biblioteca, e questa rassegna di ritratti risulta molto consolatoria rispetto alle nostre quotidiane disavventure.

Anche loro, infatti, gli autori, per quanto nobilissimi e mitici, avevano i loro bei guai. E così qualche guaio risolto con qualche imprecazione in mantovana lingua l’ha avuto anche il nostro Victor Togliani. Ed è proprio da questo reiterato intercalare in dialetto, sottolineato e reso più forte dall’uso del corsivo nel testo, che vorrei partire per riconoscere una serie di ricorrenze, che più evidenti o nascoste fra le righe, a mio giudizio, definiscono il carattere di questo testo e la sua totale somiglianza e aderenza con l’autore.

Questo intercalare, figlio di una civiltà ancora contadina, è in così netto contrasto con le civiltà spaziali e uraniche o con quelle terre e culture sprofondate in miti antichi e primordiali, familiari all’autore, da assumere il carattere e l’evidenza di una contraddizione cosciente, voluta e perseguita. Contraddizione che indica un legame fortissimo con la terra, con “la sua terra”, terra che è anche e poi luogo vero e ideale di un tempo dell’infanzia, di un tempo trascorso da cui è impossibile per Victor distaccarsi.

Così eroi perfetti, mostruosità aliene e bellissime e conturbanti amazzoni, circolano in nebbie da strapaese o lungo le umidità del Mincio, confondibili con “regioni della Cina profonda”, in un doppio gioco infinito: gioco di scambio tra terra vera, odorosa di letame, e paesaggi spaziali e aliene dimensioni, con altre lune, altri colori e atmosfere, e gioco di scambio temporale, ove le regioni e il tempo dell’infanzia si impastano sia con l’età attuale che con altre future, e ancora con vite già vissute e altre da vivere.

E ciò avviene attraverso un’altra ricorrenza del testo e dell’opera di Victor: l’uso continuo di innesti e sovrapposizioni, di montaggi, di collage che costituiscono, in un continuo disimballaggio e riconfezione, il suo paesaggio personale. Paesaggio mentale, ove tutto si muove liberamente poiché ri-costruito nella mente, nella fantasia, o meglio, nell’immaginazione continua, ovvero in quella capacità di trasformare le cose partendo dal reale.

Così l’Egitto di Victor non è quello reale, ma quello disegnato ne Il Principe d’Egitto, con costruzioni “gigantesche e splendenti, molto più grandi di come sono nella realtà […] Ecco, per me è questo l’Egitto, non quello vero”.

Viaggiatore che non viaggia, poiché ogni realtà è meno intensa e affascinante del sogno di quella realtà, del suo desiderio. Victor dichiara: “Io credo nei paesaggi della mente”. In questo modo compie un grande lavoro che si potrebbe definire sbrigativamente come quello di un visionario, di un narratore di luoghi inesistenti o di un “ciarlatano” contemporaneo, ma in realtà Victor opera un incessante lavoro sulla costruzione o ricostruzione di paesaggi analogici, paesaggi altri che hanno la doppia forza di proiettarci in un altro mondo e in altri luoghi allo stesso tempo, e, proprio nell’essere così diversi, di spiegarci in profondità gli stessi luoghi della nostra realtà. Paesaggi svolti con altri mezzi, ma paragonabili a racconti calviniani, ove la realtà non è mai altrove o estranea, ma è lì, presente, solo mutata in una fantastica visione, che ingigantisce dettagli, miniaturizzandone altri, ritagliando, smontando, collegando diversamente, dimenticando, ripetendo ossessivamente, assemblando e disassemblando incessantemente.

Un’altra ricorrenza separa il testo e il suo autore ed è una sorta di apparente nostalgia, nostalgia del papà che se ne è andato mentre il bambino è rimasto lì. La stima e l’amore per il padre, per le sue qualità e il suo aspetto, la sua eleganza e il portamento e la certezza o incertezza delle verità dei suoi racconti diretti o indiretti segnano il lavoro di Victor, quasi in un’ammirazione emula e degna di Big Fish. Ma in realtà tutto ciò mi sembra alla fine riguardi molto più Victor e le sue scelte che non l’affetto verso il padre.

Attraverso la figura del Maestro, Victor in realtà si ritaglia e può impersonare la figura dell’allievo o meglio del “continuatore”, di colui che porta avanti quella trasfigurazione del reale che il padre, sfaccettando cromie sui ritratti di amici e belle donne, aveva avviato. E questo senso vero e profondo della continuità dell’essere dopo, ma sulla stessa strada, è sempre presente nelle righe e tra le righe del testo.

Victor più che illustratore è narratore con mezzi vari, viaggiatore senza mezzo alcuno, sacerdote senza riti, musicista e rockettaro, ma, soprattutto, rilettore di Gilgamesh, tossicodipendente della mente e dell’immaginazione, un uomo che si muove come un bimbo in un paese di giganti, di miti e leggende.

Avanza oggi con le sue elegantissime camicie, frugandosi nelle tasche ripiene di tappi da botte che gli appaiono già al tatto cannoni da crociata, scivolando così per quello spunto immaginativo sui ponti di torpediniere spaziali, dove tutti hanno il lato destro della testa un poco più sviluppato: i disegnatori.

 

 

L. Scacchetti

 


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