In limine

(Critica a Nilhotel di Marco Triana)

 

            La letteratura è un trucco. Quando racconta storie, così come quando non racconta storie, dicendo appunto che non vanno raccontate storie. Così scrive, anzi pensa l'autore di questo testo difficile da catalogare. Che non è certo un romanzo, in senso né tradizionale né sperimentale. E la categoria del monologo interiore, che tanta fortuna ha conosciuto nel Novecento, qui non basta; quella del meta-romanzo, nemmeno.

            È vero che nell'esergo e poi altrove viene citato Bernhard, forse l'anti-scrittore per eccellenza (ma si potrebbero fare i nomi anche di Beckett, di Bellow o di Chevillard); è una traccia, un indizio, ma non conduce ancora a una prova. È vero che l'io scrivente monologa, è vero che si trattiene spesso sulla questione della scrittura romanzesca. Eppure, mira a un altro obiettivo. Rivelare quale sia non è ancora il caso. Meglio osservare prima quanto sia estesa e contemporaneamente concentrica la gamma lessicale; quanto la sintassi ami contorcersi quasi per tornare indietro, proprio mentre continua a procedere, inarrestabile. Si legga il seguente passo non distante dall'inizio:

 

Michele, mio cugino, pensai, era a tutti gli effetti un soccombente, tanto che appunto non mi ero minimamente meravigliato del fatto che avesse deciso di annientarsi con le proprie mani, e lo era sempre stato, di questo ero convinto, in un modo del tutto consapevole e in questo suo soccombere aveva proceduto con una determinazione assoluta,   non priva di metodo, il che, proprio nel momento in cui il regionale, sbuffando, iniziava la sua lenta marcia di   risalita verso la mia città natale, che non è mai stata mia, mi fece appunto pensare che tutta la sua vita, che non si poteva non leggere come un processo discendente, era stata segnata da una profonda consapevolezza. Michele non aveva lasciato niente al caso, aveva tracciato negli anni il proprio percorso con il preciso intento di annientarsi giorno per giorno, finché l’annientamento fisico della propria persona, a un tratto, gli si era presentato come inevitabile e non più procrastinabile.

 

            Si notino innanzitutto due occorrenze formali, qui minime ma che diverranno nel corso del testo assidue e martellanti. Una è costituita dalla replicazione in intercalare di “pensai”, che marcando gli affioramenti dell'interiorità ha la funzione di deviare il lettore su altro – al pari del prestigiatore o del mago; tali deviazioni mascherano la distrazione, necessaria per eseguire il gioco di prestigio. L'altra riguarda l'utilizzo del corsivo: singoli termini, oppure sintagmi o persino intere proposizioni vengono in questo modo caricate di un senso doppio; vale a dire che al loro primo significato – garantito e bloccato dal linguaggio tecnico, dalla prosaicità, dall'idiomatismo popolare o dal riferimento colto – se ne aggiunge un secondo meno allineato e più dinamico perché inoculato di umorismo.

            Se però si trascorre al piano della semantica, appare evidente un Leitmotiv che rimanda al titolo solo di primo acchito ermetico: è l'annichilimento il fine di Nilhotel. L'annichilimento dei personaggi, della storia narrata, della scrittura stessa – obnubilata, oppressa, cancellata in ogni suo conato di senso che non produca il non-senso. Ovvero, è la non-scrittura a manifestarsi in tutta la sua virulenza. Marco Triana produce frasi che riempiono pagine ma che sottraggono frasi; parole che riempiono righe ma che sottraggono parole, fino all'azzeramento. Cosa resta? Il pensiero – quello non scientifico, non religioso, non politico, non psicologico, non economico, non antropologico. Non un pensiero positivo, non negativo, bensì dia-positivo. S'intende che va guardato, percepito, compreso attraverso l'istanza della narrazione, in trasparenza o in obliquo, in tralice o semmai all'infrarosso.

            Mettiamola così: quando Triana scrive, e quando scrive del fatto di scrivere, semplicemente vive. Questo è il suo realismo, un realismo radicale, ovvero una mise en abyme. E dall'abisso si riemerge solo se si tratta di un Maelström. Dove, come ha insegnato Poe, si affonda ma non si affoga, ci si smarrisce senza tuttavia perdersi. Lo stesso capita all'incauto lettore che, mentre legge, diventa parte di un nulla che fa da specchio al nulla che tutti possiedono, al tutto che nessuno può davvero comprendere. 

            E una volta richiuso, il libro continuerà la sua vertigine verso quel nulla aggrovigliato e inestricabile che si è convenuto di chiamare vita, benché il vocabolo abbia perso da tempo ogni valore semantico a favore di una significazione convenzionale e perciò stesso vacua.    

            Infine: l'ironia dolorosa dell'io narrante, la sua tendenza a divagare senza tuttavia smettere di comunicare l'essenziale, la tendenza egotistica e insieme l'understatement sono peculiarità che esercitano un'attrattiva infallibile – e pericolosa. Come affermava Blanchot, se la scrittura non si assume dei rischi, allora non vale la pena di scrivere. Noi aggiungiamo: se la lettura non accetta quei rischi, allora non vale la pena di leggere. Il lettore è avvisato: stia pronto al gorgo che risucchia, all'ingorgo che avviluppa, alla Gorgone che pietrifica. E goda se, nel naufragio, si ritroverà fra i superstiti.

 

Claudio Fraccari

Critico letterario e editor


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