Narrativa. Il grande firlinfù, Fausto Silva

 

Fausto Silva

IL GRANDE FIRLINFÙ

ISBN 978-88-6867-014-6, pp. 320,

prezzo di copertina € 10,00

Collana di narrativa ANUNNAKI

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Ate sente la guerra avvicinarsi ai suoi monti, ma sa come fermarla: deve riuscire a dissotterrare il Gran Firlinfù e trovare un gigante che sia in grado di suonarlo. La sua musica farà cessare la guerra, l’ha detto Ariùn Vin. Ate ha fiducia nella magia di Ariùn Vin che è un nobile inselvatichito, a volte simile a un albero, ma si cura da solo e ha fatto trappole intorno per tenere lontano tutti. A parte Ate. Ma un po’ alla volta la realtà prende il sopravvento: la guerra diviene tragicamente reale, i millantati eroi dell’osteria divengono martiri e la morte si mostra in tutta la sua crudezza. Ate deve fare i conti con questa realtà: perde il suo candore ma non la sua umanità che lo distingue dagli assassini, ma anche da chi grida vendetta davanti all’inerme, per scrollarsi il fango della pavida tolleranza subita. 

Un romanzo unico e vivo: della vita delle montagne, della piccola comunità di cui vediamo tutte le pieghe, i segreti, le voci e i pensieri, attraverso la trasparenza di un bambino che diviene uomo per necessità e coraggio. 

 

 

 

Fausto Silva è nato a Gropparello nell’Appennino piacentino. Ha svolto vari mestieri, tra cui il marinaio, il pittore, lo scultore e l’atleta professionista. Scrittore scoperto da iQuindicila repubblica democratica dei lettori – ci regala un sensazionale romanzo d’esordio, Il grande firlinfù, che Gilgamesh Edizioni è lieta di presentare a un pubblico di lettori con la “L” maiuscola.

 

 

 

INTRODUZIONE de iQuindici

 

Quando ho iniziato a leggere il romanzo di Fausto Silva, da poco giunto a iQuindici in forma di manoscritto, sono rimasto basito: stavo leggendo i pensieri di un bambino e vedendo il mondo con i suoi occhi. La natura dei suoi monti era un favoloso terreno di gioco, le persone una scoperta continua, le storie che raccontava un misto di realtà contadina e mito ingenuo. Ma non è un libro per bambini: questo punto di vista del tutto particolare riesce a dipingere uno scenario umanissimo e una galleria di personaggi che poco a poco ti sembra di aver sempre conosciuto con le loro peculiarità, i semplici pregi, i difetti e le cattiverie, a volte le mostruosità. Tutti personaggi vivi, che dopo un po’ ti pare di avere in carne e ossa davanti agli occhi mentre se ne narrano le storie.

Non riuscivo a comprendere come la visione del bambino potesse risultare così nitida e reale, così facilmente plausibile per un adulto. Fino a che ho capito che Ate non è un bambino, bensì la metafora di un’umanità innocente che vive il mondo con la gioia della scoperta continua, con l’apertura mentale che consente di vedere il buono e il bello che sono ovunque, persino nei personaggi più truci o reietti; di vedere la forza della semplicità e della saggezza. Il candore che descrive le burle più atroci, le spedizioni punitive dei fascisti, i comportamenti subdoli o amorali, come semplici aspetti di un paesaggio umano fatto di alti e bassi: di picchi di eroismo e baratri di crudeltà che fanno parte della natura delle cose.

Ate sa che la sua innocenza è in pericolo, e anche noi pian piano scopriamo una guerra che si avvicina, dapprima solo dal rimbombo lontano delle esplosioni giù a valle che riecheggiano tra i monti, poi via via sempre più prossima fino a che i nemici divengono presenza concreta e pericolosa, con cui fare i conti nelle corse tra i campi o nel bosco. Non è un romanzo di guerra: questa c’è, è parte integrante della storia, ma appare un po’ alla volta e in rare occasioni è immagine nitida, nella maggior parte delle pagine rimane sullo sfondo solo suggerita da poche pennellate, come in un quadro impressionista. E anche la guerra è una sorta di gioco in fondo: Ate sa che può farla magicamente cessare solo dissotterrando il Gran Firlinfù e convincendo un gigante a suonarlo.

Ma Ate cresce: è costretto dagli eventi a diventare adulto precocemente; a fare i conti con una realtà dura. Ate che prima trovava il buono e il bello di ogni cosa e persona ora deve scoprire in ogni cosa e persona il lato brutto e crudele; senza sconti per nessuno. Gli uomini non si dividono in buoni e cattivi: c’è la cattiveria dell’eroe e la crudeltà del debole; l’arroganza del popolo e l’accidia del prete; l’indifferenza delle donne e perfino il rifiuto della madre.

Se Ate perde la sua innocenza e il suo candore non per questo perderà l’umanità e qui sta la chiave di volta, e credo anche la giusta interpretazione, dell’intero romanzo, che rinnova l’eterna storia del confronto tra il bene e il male, tra i vizi e le virtù, tra forza e debolezza d’animo.

Nei vari personaggi possiamo leggere, anche se con toni e accenti diversi, la metafora di un sentimento o di una caratteristica peculiare dell’uomo, come in una sorta di Pantheon dove al posto degli dei ci sono comuni mortali: contadini, eremiti straccioni, madri nubili, parroci pigri, fascisti arroganti, vecchie mendicanti. Ma a dispetto dell’apparente semplicità, ritroviamo gli scontri titanici che abbiamo imparato a conoscere nella mitologia greca.

Un romanzo dirompente. Un romanzo che racconta la verità senza la ruffiana necessità di propinare elementi di novità a ogni costo. Una verità netta, chiara, asciutta. La storia narrata è valida di per sé, l’autore non fa giri di parole per trasmettere la sua dolorosa passione per la vita e per l’umanità intera. 

Gli eventi che sono narrati in questo libro, con uno stile che trabocca passione, tormento e amore, sono gli eventi di una piccola comunità, ma che raccontano del mondo, di tutta l’umanità. Questo libro è un urlo melodioso rivolto ai lettori, un richiamo alle radici delle cose e degli uomini.


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