Bambini e ragazzi. La storia della nonna bambina, Susanne Raweh

 

Susanne Raweh e Dafna Schonwald

LA STORIA DELLA NONNA BAMBINA 

LA SHOAH RACCONTATA AI BAMBINI

ISBN 978-88-97469-17-9, pp. 24,

prezzo di copertina 6,00.

Collana per Bambini AN

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Questo breve libro, che si potrebbe definire una poesia in prosa, contiene una testimonianza in versi della tragedia della Shoah, raccontata in modo lineare da chi sa apprezzare i valori della poesia e con la delicatezza di toni di chi sa quanto arduo sia il mestiere dell’“insegnare la Shoah”, soprattutto ai bambini.

È la vicenda personale dell’autrice Susanne Raweh, di una Nonna-bambina sopravvissuta ai tragici mesi della deportazione e del concentramento nazista, che senza perdere la gioia dell’esistere, ma anzi ricavando proprio da quelle drammatiche esperienze l’energia necessaria a riprendere il cammino della vita, ha saputo restituirci una storia esemplare, che finalmente potrà essere conosciuta anche dal pubblico italiano.

 

Susanna Raweh ha studiato Letteratura inglese e Linguistica all’Università di Gerusalemme. Ha insegnato per alcuni anni all’Università poi si è trasferita con il marito Haim e la figlia Dafna in Italia. Ritornata in Israele, Susanna ha cambiato professione, ha studiato Assistenza sociale con indirizzo psichiatrico, specializzandosi in terapia della coppia e della famiglia, lavorando in questo settore per undici anni. È stata psicoterapeuta della coppia e della famiglia ad “Amcha”, centro israeliano per il supporto psico-sociale dei superstiti della Shoah e delle loro famiglie.

 

Dafna Schonwald (Raweh) è la figlia di Susanna, studia omeopatia e da quindici anni è operatrice occupazionale in psichiatria.

 Prefazione al Libro “La storia della nonna-bambina” Susanne Ruth Raweh

 

   La parola che narra è ben più di una semplice parola, in quanto essa trasmette, nel tempo, alle generazioni che si susseguono, quello che siamo: le nostre memorie, le appartenenze, le tradizioni culturali, liturgiche e religiose, e anche gli eventi della storia.

   Negli anni del secondo dopoguerra, dalle macerie della barbarie nazista, si esaminava il tragico bilancio di un fallimento epocale, una crisi radicale che investiva il pensiero e anche la narrazione, al punto che Adorno arriva a domandarsi: “È ancora possibile fare poesia dopo Auschwitz?”. E proprio quando la fatica della memoria stava cercando di sconfiggere la tentazione dell’oblio, autorevoli studiosi si sono chiesti se dopo il dramma della Shoah fossero ancora possibili la poesia e il pensiero, la fede e la speranza.

   Ben presto, a fugare questi dubbi, giunsero dal silenzio di morte dei lager le voci dei martiri e dei sopravvissuti: da Celan ad Amery, da Primo Levi a Elie Wiesel, e, più tardi, quelle di Etty Hillesum e Elisa Springer[1]. Sono alcune delle voci che hanno continuato a raccontare l’indicibile e a ridare spessore alla speranza contro ogni speranza e a un pensiero che sapesse dare ancora un senso alle domande, alla disperata esigenza di risposte e alla fede stessa.

   Ma come parlare o scrive­re di questo “evento”? Qui emerge tutta l’inadeguatezza del mare indistinto del linguaggio, delle sue trappole, dei suoi vicoli ciechi. In questo evento tutto si confonde e le nostre parole frantumate non riescono neppure a dire compiutamente ciò che è accaduto. Niente sembra avere più parola.

  

   Qualche anno fa Elie Wiesel si poneva il problema di come parlare della Shoah alle nuove generazioni. Di questa necessità si è fatta portavoce Susanne Raweh che, insieme a tanti altri – David Gossman per tutti – ha posto questo immenso problema.

   La memoria della Shoah potrebbe perdersi lentamente. I testimoni ormai, per ovvie ragioni, sono rimasti in pochi. Vivono i bambini che sono sopravvissuti allora. Ma anche loro stanno invecchiando. Sono diventati nonne e nonni di nipoti che hanno l’età che avevano loro quando dovettero confrontarsi con una realtà terribile e segnata indelebilmente dal dolore.

   Susanne Raweh racconta la Shoah alle nuove generazioni con il presente libro, uscito in Israele nel 2004 e arricchito dai disegni della figlia Dafna Schonwal, che lo illustrano con amore. Un libro che raccoglie molti spunti di riflessione che hanno accompagnato chi in questi anni si è posto il problema della testimonianza dopo i testimoni; un libro rivolto innanzitutto ai figli di Dafna, perché non si perdesse la memoria di quei terribili fatti accaduti proprio alla loro nonna.

   La storia di Susanne, di Dafna e dei figli di Dafna è la storia di generazioni che hanno conservato la memoria, l’hanno custodita perché altri possano leggerla, tramandarla e trasmetterla.

   Questo libro, piccolo solo per le dimensioni, ma grande e necessario per i suoi contenuti, si potrebbe definire una poesia in prosa, una testimonianza in versi – ma non è forse questa la smentita all’affermazione di Adorno circa l’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz? – raccontata in maniera lineare e con la delicatezza di chi sa quanto sia difficile insegnare la Shoah. È la storia di una nonna-bambina che ha attraversato quegli eventi senza perdere la gioia di vivere, anzi ricavando proprio da quelle drammatiche esperienze la forza per raccontarle alle generazioni future, le Toledot, in ebraico.

   Memoria e generazioni sono strettamente intrecciate non nel senso di un mero ricordare il passato, ma in quello ben più importante di combattere contro ciò che tende a cancellarlo: la morte.

   Edmond Jabès dice che “si deve scrivere a partire da una ferita continuamente aperta”[2]: è quello che fa la Raweh con questo suo libro, non restando però imbrigliata e sotto lo scacco matto del dolore, ma offrendo la sua esperienza attraverso un narrare autentico. Lo stesso narrare raccontato in maniera illuminante da Martin Buber nella sua prefazione a “I racconti dei Chassidim”[3].

   Val la pena ricordarlo: “A un rabbi, il cui nonno era stato discepolo del Baal-Shem Tov – Il Maestro del Buon Nome – fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia”, disse egli, “va raccontata in modo che essa sia un aiuto”. E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Dal quel giorno guarì. Così vanno raccontate le storie”.

   Come dicevo, un narrare autentico può avere anche una funzione terapeutica.

 

   Sono trascorsi più di settant’anni dall’esperienza dei lager vissuta da Susanne Raweh. Chi leggerà le pagine de La storia della nonna-bambina, attraverserà inevitabilmente la sua vita: con questa bimba dai capelli rossi saliremo sui treni e assaggeremo con lei l’amaro di un lecca-lecca a forma di gallo.

   Sono certa che la “nonna-bambina” diventerà nostra amica e amica dei più piccoli. Susanne Ruth Raweh, infatti, possiede il dono di saper parlare ai bambini, compito difficile, ma immenso, e per questo di struggente forza etica.

        

Deborah D’Auria

Titolare della Cattedra

di Storia dell’Ebraismo

Facoltà Pentecostale

di Scienze Religiose

Chàrisma

 

  



[1] P. Celan, Poesie, Milano, Mondadori, 1998; J. Amery, Intellettuali a Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987; P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1989 e La tregua, Torino, Einaudi, 1989; E. Wiesel, La Notte, Firenze, La Giuntina, 1980; E. Hillesum, Diario 1941 – 1943, Milano, Adelphi, 1985; E. Springer, Il silenzio dei vivi, Venezia, Marsilio, 1997.

[2] Jabès E., Dal deserto al libro, Reggio Emilia, Elitropia, 1983, p.115.

[3] Buber M., Prefazione a I racconti dei Chassidim, Milano, Garzanti, 1979, pp.3-4.


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