Intervista a Susanne Raweh di Laura Ogna del Giornale di Brescia

 

Ha atteso molti anni prima di raccontare. E ha scelto di farlo quasi a settant’anni con un libricino illustrato dedicato ai bambini: La storia della nonna bambina. Non aveva ancora quattro anni quando tutto è iniziato: l’arresto da parte della polizia rumena e dei soldati tedeschi delle SS, la deportazione, il trasferimento da un campo di concentramento all’altro. La fortuna di avere un papà medico di cui in molti avevano bisogno e che li ha salvati da un destino già segnato. Ma quella di Susanne Raweh è una storia dentro la storia. Arriva infatti con la sua famiglia nel ghetto di Tulcin dove viene organizzato un gruppo di bambini orfani perché vengano mandati in Palestina. I genitori di Susanne decisero di unire a quel gruppo anche la loro unica figlia, ma lungo la strada un amico dei genitori, accortosi che la bambina è ammalata, la fa scendere dal treno e la porta in ospedale. Sembra una catastrofe, invece è la sua salvezza: la nave con tutti i bambini, partita dal porto di Costanza, non arrivò mai a destinazione, affondò nella traversata. «Per anni ho taciuto le vicissitudini vissute da bambina» ha detto  Susanne Raweh, oggi una delle ultime sopravvissute alla Shoah «E quando mia figlia mi ha chiesto di raccontare ai suoi figli la mia storia ho sentito che ero pronta per farlo. Da noi in Israele ci sono molte famiglie che hanno una storia simile alla mia o anche più difficile. Tutti i ragazzi devono sapere la storia delle loro famiglie perché c'è una vecchia tradizione di memoria nella nostra cultura: se non conosci il tuo passato non puoi vivere serenamente il tuo presente e il tuo futuro.» È nato così il libro illustrato dalla figlia Dafna, La Storia della nonna bambina, che è stato pubblicato alcuni anni fa in Israele e che ora arriva anche da noi in Italia per le Edizioni Gilgamesh. Un libro che racconta con delicatezza di toni la storia di una nonna-bambina, passata attraverso quei tragici eventi senza perdere la gioia dell’esistere, anzi ricavando proprio da quelle drammatiche esperienze l’energia necessaria a chi è chiamato a raccontare alle future generazioni. Susanne Raweh, che ha vissuto anche in Italia, da anni si impegna infatti a far conoscere ai bambini  la memoria della Shoah. «Ho preso un impegno con me stessa e lo vedo anche come un dovere verso le future generazioni: non far dimenticare. Non è la mia storia personale a essere importante lo è piuttosto capire come è stato possibile arrivare agli eventi che abbiamo vissuto e dai quali in pochi sono riusciti a sopravvivere. Capire come si e arrivati a distruggere e annientare tanti innocenti - un milione e mezzo di bambini  a cui si aggiungono sessanta milioni di vite distrutte fisicamente e segnate per sempre nella propria vita. Con quali ricordi ha dovuto convivere chi è rimasto?» Una memoria quella della Shoah che va perdendosi lentamente. Chi era adulto in tempo di guerra non c’è più, vivono invece i bambini che sono sopravvissuti allora. «Avevo meno di quattro anni quando sono stata portata via dai soldati Rumeni e dagli SS Tedeschi e probabilmente la paura è stata cosi grande che tutti i miei pensieri e sentimenti si sono “addormentati”. Nessuno può comprendere l'enormità della catastrofe che ha travolto l’umanità in quegli anni, ma ci si può avvicinare. Possiamo parlarne ai bambini con sensibilità e cura. È un compito difficile ma come genitori e insegnanti abbiamo il dovere di preparare i nostri figli alla realtà nella quale viviamo. Anche la Shoah fa parte di questa realtà. Purtroppo. Genocidi avvengono anche oggi, basti pensare al Darfour, al Ruanda... Il mio racconto non è: “C'era una volta....” Ciò che racconto c’è anche oggi se non da noi, in altre parti del mondo. Finché non impariamo dai nostri errori non se ne parlerà mai abbastanza.»

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